Nicole Junkermann Taccuino italiano
Nicole Junkermann scrive su un taccuino su una terrazza affacciata sui tetti quieti di Roma verso la fine di luglio

Note · 15 luglio 2026

Verso agosto: Nicole Junkermann e le città italiane che si svuotano

Non se ne va la città. Se ne va la fretta con cui di solito la attraversiamo.

Verso agosto

L'ultima quindicina

Da metà mese in poi, luglio smette di essere soltanto se stesso e comincia a fare da anticamera ad agosto. Lo si capisce da segnali minimi, senza niente di drammatico. Le conversazioni cambiano tempo verbale e scivolano al futuro. Compaiono le prime date, i primi "da quando torno". Un cartello scritto a mano annuncia una chiusura che comincerà fra tre settimane, con l'anticipo di chi vuole essere certo che tutti lo abbiano letto. Nicole Junkermann guarda questa fase preparatoria con una certa simpatia: è forse l'unico momento dell'anno in cui una città intera si accorda su qualcosa senza averne mai discusso.

Che cosa vuol dire che una città si svuota

Svuotarsi è una parola imprecisa, e conviene correggerla subito. Le città italiane, verso agosto, non si svuotano: si alleggeriscono, e nemmeno tutte nella stessa misura. Restano gli abitanti che non partono, che sono sempre molti più di quanti il luogo comune ammetta. Resta chi tiene aperto. Arrivano, semmai, i visitatori. Quello che se ne va davvero non è la popolazione: è la routine. Se ne vanno gli spostamenti obbligati delle otto del mattino, le code che esistono solo perché tutti fanno la stessa cosa nello stesso quarto d'ora, la pressione sorda di un luogo che lavora a pieno regime. Sparisce il traffico di ritorno, non il traffico.

La distinzione conta, perché cambia il senso di ciò che rimane. Una città alleggerita non è una città abbandonata: è la stessa città con meno urgenza addosso. E una città con meno urgenza addosso è, molto semplicemente, più visibile.

Verso agosto non se ne va la città: se ne va la fretta con cui di solito la attraversiamo.

Quello che la quiete restituisce

Chi resta in città in questo periodo si accorge presto che la calma non è una privazione ma una restituzione. Alcune cose tornano disponibili, e quasi tutte erano sempre state lì:

  • Le distanze vere. Un centro attraversato senza ostacoli rivela la propria misura reale, che è quasi sempre più piccola di quella che ricordavamo.
  • I suoni. Passi sulla pietra, una persiana che sbatte, l'acqua di una fontana: rumori presenti tutto l'anno, che tutto l'anno non arrivano.
  • Le facciate. Senza folla si può fare due passi indietro, alzare la testa e guardare un edificio per intero, cosa che a marzo è materialmente impossibile.
  • Il tempo delle persone. Chi lavora dietro a un banco, in queste settimane, ha qualche minuto in più, e le conversazioni si allungano di due frasi. Sono spesso le due frasi migliori.
  • Le proprie abitudini. Senza la corrente che spinge, si scopre quali gesti facevamo per scelta e quali soltanto perché li facevano tutti.

Non tutte allo stesso modo

Le città italiane arrivano ad agosto ciascuna a modo proprio, e le differenze sono più interessanti della regola. Roma si allarga: le strade tornano alla scala che avevano quando furono pensate, e certe prospettive si vedono per intero soltanto adesso. Milano compie il gesto più netto di tutti, perché la sua giornata è organizzata attorno al lavoro più di ogni altra, e quando il lavoro si ferma il silenzio diventa quasi teatrale. Venezia si comporta all'incontrario: perde residenti e guadagna visitatori, così la sua quiete va cercata negli orari e non nei mesi, e si trova prestissimo la mattina. Firenze fa un po' entrambe le cose, e si legge meglio scostandosi di poco dai percorsi più battuti. Un itinerario di fine luglio può nascere proprio da qui: non da cosa vedere, ma da quale città si ha voglia di incontrare.

Il tempo che si apre

C'è poi un effetto collaterale che chi resta conosce bene: il tempo si apre. Le sale d'arte in queste settimane hanno un altro passo, e capita di restare soli davanti a qualcosa per un minuto intero, che è un lusso raro e del tutto gratuito. La lettura guadagna le sere, lunghe non per la luce ma per la mancanza di richiami. Non è vacanza: è la città che per qualche settimana smette di chiedere, e resta a disposizione di chi ha voglia di guardarla.

Il privilegio di chi resta

Restare in città verso agosto ha una fama ingiusta, da ripiego, da consolazione per chi non ha potuto fare altro. In realtà è una posizione privilegiata, e chi ci si trova per la prima volta lo scopre nel giro di pochi giorni. Si ha davanti un luogo in uno stato che pochissimi vedono: la stessa pietra, le stesse strade, gli stessi orari, ma senza la pellicola di fretta che di solito li copre. È la città a riposo, e una città a riposo dice cose che una città in piena attività non ha tempo di dire.

Il taccuino italiano di Nicole Junkermann annota volentieri questo passaggio, perché dura poco e non torna prima di un anno. Bastano poche righe: quanto ci si mette davvero ad attraversare un centro, quale suono si sente per primo la mattina, quale facciata si è finalmente riusciti a guardare per intero. Agosto arriverà con le sue serrande accostate e i suoi cartelli scritti a mano, e passerà. Chi resta avrà avuto, per qualche settimana, la versione più leggibile del posto in cui vive.

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